Formazione: un business che vale miliardi e che non ha controlli

Chi si iscrive a un corso di formazione ha la necessità e il diritto di sapere che l’ente erogante sia serio, per non perdere tempo e risorse. Chi si iscrive vuole inoltre sapere se il corso sarà in grado di aprire le porte alla ricerca di un lavoro, se ciò è successo in passato e con che modalità. Si tratta di richieste sacrosante e legittime, che permettono al contempo di non arricchire gli enti e i formatori con soldi pubblici che non si meritano. E qui cade l’occhio, perché secondo quanto è emerso dai dossier di ricerca, sono pochissimi gli enti che valutano seriamente il numero di persone che hanno trovato lavoro a seguito del percorso di formazione proposto.

Alla base vi è un problema di concetto, ovvero gli enti accreditati a fornire i percorsi di formazione, come le regioni e le provincie, non sono tenuti ad effettuare questo tipo di valutazione. 500Mila sono stati i progetti che, nel corso degli anni passati, hanno bruciato 7 miliardi e mezzo di fondi pubblici senza avere in cambio una seria valutazione del numero di persone che hanno trovato realmente occupazione alla loro conclusione.

I dati parlano chiaro, perché i corsi che ‘riempiono le aule’ sono quelli che sanno dare più servizi tangibili, tipo i tablet gratuiti e non si propongono di fornire dati fondamentale quali quante persone hanno poi trovato occupazione, quanti sono state assunte dalle aziende dopo il tirocinio e quale sia la reale richiesta delle imprese in un certo luogo geografico.

D’altro canto, stabilire l’efficacia di un corso di formazione non è sempre facile, ma il vero problema, secondo quanto dichiarato dal responsabile dell’Anpal, la nuova Agenzia nazionale per il lavoro Maurizio del Conte è che nelle Regioni il finanziamento dei corsi è completamente slegato dai risultati di inserimento lavorativo. Ma la formazione è inoltre slacciata dall’effettiva richiesta delle imprese, quindi il risultato si propone catastrofico. Molte persone seguono un corso che dà lavoro all’ente e ai formatori, pagati con i denari pubblici ed escono senza una prospettiva solida di trovare occupazione. Dall’altra parte, le aziende che avrebbero bisogno di manodopera o di lavoratori specializzati proseguono nella ricerca di persone che non dispongono delle abilità e delle competenze necessarie. Se in una provincia vengono ricercati tecnici software e tutti i corsi sono per ristoratori, la domanda non viene soddisfatta e il mercato si trova saturo di professionisti che non trovano uno sbocco professionale.

E ancora, la stampa ha denunciato un vero sistema autoreferenziale, dove gli enti mettono in gioco sistemi di marketing raffinati e in grado di raggiungere un grande numero di persone. Il risultato si traduce in corsi affollatissimi, ma che non portano da nessuna parte. A guadagnarci sono gli enti e a perderci sono i cittadini, che non possono comprendere da soli quale è l’effettiva ricerca di lavoro nel territorio di appartenenza. I corsi di formazione sono un flop? Sicuramente in molti casi sono serviti a dare sprint al mondo del lavoro e ad occupare per un certo periodo di tempo le persone. Ma la realtà è molto diversa dalla pratica, perché serve a un sistema di valutazione basato sui dati tangibili, che permetta di effettuare l’organizzazione di corsi reali e che servono alle persone per trovare lavoro, l’unico vero scopo di chi si iscrive

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