Finlandia: sarà uscita dalla UE?

L’euroscetticismo è un tema che tiene banco in questa primavera così instabile dal punto di vista politico, sociale ed economico. A far riaffiorare un sentimento latente in ogni paese dell’Unione ci pensa questa volta la Finlandia, o meglio il massimo dirigente del partito di destra radicale Sampo Terho, che ha dichiarato come l’uscita della Finlandia dall’Eurozona potrà avverarsi sicuramente, non subito magari, ma decisamente fra anni o decenni. Il partito condotto da Terho è sicuramente estremista ma è junior partner del governo di centro destra attualmente guidato dal premier-imprenditore Juha Sipila.

Ecco che con questa affermazione, Terho è andato a rafforzare le sue probabilità di guadagnarsi la guida del partito. Ma al di là delle lotte politiche, ciò che conta è considerare che la Fixit, ovvero l’uscita della Finlandia dall’Unione Europea, è chiesta da molti partiti nel paese e sembra essere considerata come una necessità da una buona parte della popolazione scandinava.

Si tratta di un brutto segnale per l’euro, il secondo in pochi giorni dopo la decisione della Repubblica Ceca di eliminare la parità fissa tra la moneta storica corona ceca e l’euro. Se a ciò si aggiunge il ballottaggio francese che vede protagonista l’euroscettica per eccellenza Marine le Pen i giochi sono fatti: l’Europa non sembra più una roccaforte ma una dorata di prigione dalla quale sempre più stati vogliono uscire, per riportare le cose a come stavano prima della nascita dell’Unione.

Le ragioni della Repubblica Ceca sono alquanto controverse, perché inneggiano alla competitività economica, che non vuole più passare per la via della svalutazione interna che si traduce nei tagli a retribuzioni e spese. Dello steso avviso la Finlandia, l’unico paese nordico dell’Eurozona e, alla luce dei fatti, il paese nordico che sta affrontando una crisi economica difficile, con disoccupazione elevata rispetto agi paesi vicini quindi Svezia e Norvegia, difficoltà sociali diffuse e crescita fievole rilevata negli ultimi anni.

Il ritorno alla valuta nazionale è quindi una prospettiva che alletta molti finlandesi e che se si verificasse potrebbe davvero spianare la strada a una crisi dell’Europa, soprattutto se la Francia prendesse di petto questa iniziativa. Ecco quindi delinearsi la convocazione di un referendum in Finlandia per invitare i cittadini a decidere sul pro o contro la permanenza nell’Unione europea. Il referendum sarà al centro del dibattito nel corso della campagna per le prossime elezioni che avverranno nel 2019. Quali le prospettive? È importante considerare che 68 elettori su 100 sono favorevoli alla permanenza alla UE, quindi molto più della metà, ma i venti soffiano contrari non sono stati ancora resi noti i dati relativi alla popolazione finlandese che non vuole restare sotto l’Unione Europea.

La sortita di Terho è, in ogni caso, emblematica, perché riflette non solo la volontà di molti cittadini, ma una prospettiva di sacrifici che il paese sarà chiamato ad affrontare nei prossimi anni, considerando che le cartiere fonte primaria di ricchezza del paese sono quasi tutte chiuse che la società di maggiore rilievo Nokia non sta vincendo la sua sfida con le nuove tecnologie. Se a ciò si aggiunge l’aumento di spesa per il welfare e la difesa imposta a causa dell’instabilità politica internazionale, lo scenario che i finlandesi si trovano ad affrontare si propone alquanto problematico, ma soprattutto facile da criticare da chi inneggia all’uscita del paese dall’UE e al ritorno a una indipendenza economica, sociale e nazionale.

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